Commenti di poesia: Stanotte

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14 gennaio, 2007

Stanotte

Stanotte un qualche animale
ha ucciso una bestiola, sotto casa. Sulle piastrelle
che illumina un bel sole
ha lasciato uno sgorbio sanguinoso
un mucchietto di viscere viola
e del fiele la vescica tutta d’oro.
Chissà dove ora si gode, dove dorme, dove sogna
di mordere e fulmineo eliminare
dal ventre della vittima le parti
fetide, amare.
Vedo il mare, è celeste, lietissime le vele.
E non è vero.
Il piccolo animale sanguinario
ha morso nel veleno
e ora cieco di luce
stride e combatte e implora dagli spini pietà.

(Franco Fortini, Composita solvantur, 1994)

Il tema è chiaro fin dal principio: la morte. Questo elemento finale della vita dell'uomo, non è lontano: è nel quotidiano, promiscuo, lo si incontra a breve distanza di tempo, stanotte, e di spazio, sotto casa. E' lì, tra piastrelle perfette, illuminate da un sole bello ed ignaro del delitto, che si insinua il cadavere storpiato di un piccolo animale. Il corpo ridotto a uno sgorbio rompe la linearità del pavimento: l'enjambment, l'andare a capo dopo la parola piastrelle, preannuncia la comparsa della sofferenza. La vittima indifesa e debole, bestiola e mucchietto di viscere, giace squartata, mostrando nelle interiora il colore del lutto, viola e tutta l'amarezza, fiele, per una vita che si è interrotta. Sempre passiva e inerte la creatura morta: non compie nessuna azione, non è mai soggetto di un verbo.

Dalla vittima all'assassino misterioso, un anonimo, un qualche animale che non ha consumato il pasto, probabilmente fermato dall'amaro del fiele. Nonostante tutto la fiera conserva la sua voglia di carneficina, persino in sogno sogna di mordere e divorare la sua vittima.

Cerca di staccarsi dalla scena, il poeta, volgendo lo sguardo a orizzonti lontani, dove un mare tranquillo porta gioia alle barche. Ma la disillusione lo perseguita. La morte è ovunque: anche la sanguinaria bestia è parente nel destino della sanguinosa vittima, anche l'assassino fa quasi tenerezza, non è che un piccolo animale, che beve l'amarezza che la vittima portava in seno: è una contaminazione naturale che ruba la luce, che oscura il sole. Vittima e colpevole si fondono, la morte accomuna, livella i destini. Il sanguinario è ora un martire, trafitto da spine, avvelenato, che si lamenta e implora pietà. Se la morte all'inizio era compiuta, e la scena era statica e quasi silenziosa, sul finire emerge in tutta la sua tragicità: la sofferenza, il disordine che aumenta, il veleno che circola nel corpo.

Se si trattasse di una metafora, di una allegoria, si potrebbe pensare che si parli del rimorso: una persona che commette una sorta di delitto, ma poi comprende di avere solo ucciso un suo simile. Ma il rimorso è un ritorno all'ordine della coscienza: qui non ne vedo la traccia, quel bagliore di speranza, quella vela in mezzo al mare, quello stesso celeste, non è che un'illusione, non è vero.

3 commenti:

Annalisa ha detto...

Ciao. Mi piace molto il tuo blog. Lo trovo interessante . Purtroppo non ho trovato altro spazio pr lasciarti una traccia e cosi aprofitto del commento a questo post. Io adoro Cesare Pavese. Mi piacerebbe leggere un tuo commento sua una delle sue poesie. Scusami se non ho commentato nella sezione giusta. In ogni caso vieni a trovarmi sul mio blog. e' ancora da sistamare ma trovi anche li delle poesie e dei pezzi di prosa scritti da me o dagli altri autori. A presto

StePius ha detto...

Grazie. Per richiedere un commento c'è il linkmail in alto a destra. Ora vado a vedere il tuo blog. Appena ho tempo ti commento una poesia di Pavese.

bye

Anonimo ha detto...

Mi hai salvato la vita in più di un compito in classe <3